Van Gogh d'Oriente
- Solas
- 20 feb 2015
- Tempo di lettura: 3 min
Van Gogh è tornato a gran richiesta a Palazzo Reale a Milano: la pubblicità è stata forte e le aspettative, come era ovvio che fossero, erano molto alte.

"Van Gogh, l'uomo e la terra" è un titolo che crea grandi promesse sulle sue opere di paesaggi rurali e ritratti olandesi, un po' rudi e terrosi, un poco caravaggeschi grazie alle forti ombre nere. Entrare in quelle sale dovrebbe essere un tuffo nel passato, il pubblico dovrebbe sentire gli odori dei campi di grano e il fruscio delle ali dei corvi. Purtroppo il mio desiderio di guardare il mondo attraverso gli occhi di Van Gogh non è stato esaudito. L'esposizione si è mostrata povera e poco curata, i quadri esposti sono suddivisi in categorie di soggetto che sminuisce il valore storico delle opere stesse. Paesaggi e nature morte di diversi periodi dell'artista vengono accostati l'uno all'altro senza seguire un preciso filo cronologico e nonostante le piccole dimensioni dell'esposizione (quattro sale) il flusso di persone in ammirazione dei quadri è lento e angosciante a causa delle audioguide che per ogni opera propongono almeno tre minuti di spiegazione. Nella selezione delle tele non esistono masterpieces ai quali i visitatori desiderano giungere per ammirarli senza tempo: l'unico quadro che poteva essere riconosciuto come capolavoro dal grande pubblico è un piccolo autoritratto usato anche per la locandina e posizionato in un ristretto antro poco agevole proprio all'inizio del percorso espositivo.
La parola d'ordine è stata NOIA. Il prezzo del biglietto e la lunga fila non valevano l'offerta culturale, ma per fortuna una volta uscita da quell'intrico di tele (purtroppo) svalorizzate ho trovato una piccola mostra gratuita esattamente davanti all'entrata del povero Van Gogh.

Come è possibile che una mostra culturale sulla tolleranza religiosa possa sfidare artististicamente l'esposizione di Van Gogh e vincere gloriosamente senza pari?
Oltre ai pannelli descrittivi della cultura dell'Oman (un sultanato sulla punta della penisola arabica), sono presenti fotografie contemporanee, quadri, manufatti storici, sculture e arredi. La mostra è ad entrata libera e all'inizio ne ho varcato la soglia senza troppe speranze nel risollevare l'umore della giornata. Nelle prime sale, allestite nella parte ristrutturata di Palazzo Reale, sono stata investita dal contrasto tra le tapezzerie tipicamente rinascimentali e le favolose tavole iconoclaste islamiche. Le scritte arabeggianti si lasciano andare in svolazzi decorativi e creano disegni irriproducibili dalla bellezza che emanano. Le fotografie che accompagnano il servizio culturale poi ritraggono la gente dell'Oman in luci che forse richiamano anch'esse Caravaggio, vista la potenza delle ombre nere tra i veli delle donne. Fotografi non conosciuti in Occidente finalmente trovano voce in questa ala del Palazzo: Yacoob al Riyami, Rahma al Hadi, Yaser al Farsi, Mohammed al Hadi, Hamed Albusaidi sono una piacevole scoperta ricca di colore e meraviglia. E queste opere contemporanee accompagnano magnifici oggetti di arredamento in argento e sculture che, colpite dalla luce giusta, creano ombre antropomorfe di uomini in preghiera.

Perdere due ore in fila al freddo sotto la pioggia e pagare un ticket forse un po' caro per una mostra deludente su un grande della storia dell'arte risulta davvero troppo anche per il più paziente dei turisti d'arte. Scegliere di visitare invece una mostra semplice e meno pubblicizzata su una cultura così lontana ma nonostante tutto vicina a noi può risultare una scelta vincente e soprattutto economica. Spesso questi eventi, sempre un po' nascosti, si rivelano delle vere avventure emozionanti: non esistono aspettative, se non la speranza di essere sorpresi da fatti ed aneddoti sconosciuti, e non si cerca il capolavoro, ma solo la pura e semplice cultura. Palazzo Reale stavolta ha forse sbagliato dando ampio spazio ad una esposizione banale come quella su Van Gogh ma ha fatto centro ospitando invece gratuitamente una mostra a scopi documentari.

Mi spiace per Van Gogh, resta in ogni caso uno dei più grandi artisti di fine Ottocento e sicuramente senza di lui e i suoi amici oggi non avremmo l'arte come la conosciamo, ma le esposizioni sulle sue opere sono ormai diventate un'istituzione e dovrebbero essere in grado, nella loro ripetitività, di proporre ogni volta in modo sorprendente il suo operato. Forse il futuro degli eventi nei grandi poli espositivi come Palazzo Reale dovrebbe riconoscersi più nel valorizzare la cultura contemporanea in modo spontaneo ed emozionante come ha fatto con me la mostra sull'Oman.