Un collage di cultura
- Solas
- 19 lug 2015
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Chris Ofili è una artista inglese appartenente agli Young British Artist. Nato nel 1968 da genitori nigeriani, ha fatto delle sue origini un elemento essenziale del suo lavoro, un enorme puzzle di elementi culturali quali film gangsta e blaxploitation degli anni '70, cultura pop e arte rupestre africana. I suoi dipinti sono un collage di strati pittorici, colature di resina, ritagli di giornali, glitter e palle di escrementi animali, solitamente di elefante. Questo elemento caratteristico e insolito lo utilizza sia all'interno delle sue tele ma anche nell'installazione, facendo appoggiare le opere su due sfere di escremento secco. Il riferimento è alla sua terra di origine, un continente che ha sempre sentito suo nonostante abbia avuto la possibilità di visitarlo solo nel 2000 dopo aver superato i trent'anni di età.

Chris Ofili ha inizato a farsi un nome nei primi anni '90, ma ha conosciuto la fama internazionale solo dopo aver vinto il Turner Prize nel 1998 con una delle sue opere più importanti, "No woman no cry". La grande tela raffigura una giovane donna africana che piange, inprigionata in una rete impalpabile. Ad un primo sguardo il dipinto non riesce a trasmettere il vero messaggio che nasconde in sé: i dettagli nel lavoro di Ofili sono fondamentali, anche se questi risultano minuscoli. Nelle lacrime torrenziali si nascondono tanti ritagli di giornale raffiguranti Stephen Lawrence, un giovane inglese nero ucciso per motivi razziali nel 1993. La donna che piange è rinchiusa nella rete delle discriminazioni razziali, ancora forti negli anni '90 e che tutt'oggi si sentono ancora.

Chris Ofili si è sempre battuto contro le discriminazioni razziali, politiche e religiose: il suo lavoro è intriso di queste forti tematiche contrapposte però anche da soggetti più personali ed intimi. Nonostante la serietà di questi argomenti, non si è però chiuso alla possibilità di sfidare il grande pubblico. La tela che ha fatto più scalpore è di certo "The holy virgin" del 1999, una grande Madonna nera il cui capezzolo è costituito da una palla di escremento decorata. Ma non è stata questa scelta a creare scandalo: intorno alla Madonna, a circondarla come angioletti, galleggiano dei genitali ritagliati da qualche rivista pornografica. La tela è stata criticata fortemente e dopo essere stata esposta a New York, ora appartiene al Old and New Art Museum di Hobart, Tasmania.
Un altra opera di Ofili in collaborazione con l'achitetto David Adjaye che ha creato scalpore è stata "The Upper Room" (1992-2002). In questo caso però, lo scandalo lo ha creato la Tate Gallery, l'istituzione londinese che ha cercato di acquisirla aggirando la Charity Law. Sorvolando sullo scandalo legale, "The Upper Room" è stata definita una delle più importanti opere inglesi degli ultimi tempi. Sono 13 dipinti di Chris Ofili installate all'interno di una stanza completamente ricoperta di pannelli di noce. I dipinti rappresentano una serie di fantasiosi macachi intenti a mangiare, con un chiaro riferimento religioso all'ultima cena.

Il progetto più ambizioso di Ofili però è stato quello che ha portato alla 50^ Biennale di Venezia nel 2003 per il padiglione dell'Inghilterra, "Within Reach". Sempre in collaborazione con l'architetto David Adjaye ha realizzato l'allestimento di una stanza ricreando un'atmosfera magica, quasi surreale.

Chris Ofili ora vive con la famiglia vicino a Port of Spain a Trinidad e lavora a New York e a Londra, rappresentato dalla galleria Victoria Miro.