ALL THE WORLD'S FUTURES
- 9 set 2015
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Tutti i futuri del mondo. Ecco il tema scelto per la 56 Biennale di Venezia, curata da Okwui Enwezor, critico ed esperto d'arte dalla carriera scintillante. Il suo approccio storico ed interdisciplinare ha permesso la costruzione della grande esposizione di quest'anno, basata principalmente su tre grandi argomenti: "Vitalità: sulla durata epica", "Il giardino del disordine" e "Il Capitale: una lettura dal vivo". Gli artisti (più di 130) hanno avuto la possibilità di descrivere l'attuale stato delle cose e la relativa apparenza, immergendosi nella realtà globale contemporanea e istituendo un Parlamento delle forme, un luogo in cui non esistono giudizi, ma solo la condivisione delle proprie arti. Questo progetto ambizioso è stato ospitato come di consueto negli ampi spazi dei Giardini e dell'Arsenale e in diversi padiglioni distruibuiti su tutta l'isola veneziana. Hanno potuto intervenire sia giovani artisti neofiti della Biennale sia grandi nomi, come Chris Marker e Bruce Nauman.

Il padiglione centrale dei Giardini accoglie i visitatori con una grande installazione di Glenn Ligon, "A small band": all'interno il percorso è strutturato come la trama di un racconto, una storia che descrive il mondo attuale nelle sue difficoltà, come un bambino piccolo che inciampa nel suo cammino.
I dipinti di Tetsuya Ishida mostrano un mondo meccanizzato, in cui l'uomo non esiste come essere vivente ma come prodotto della società e strumento per portare avanti la produzione. Ambienti e opere mostrano il presente, ma anche il passato vicino, facendo terminare l'esposizione con il mitico jukebox. Degli 89 Paesi partecipanti, solo 29 hanno un padiglione storico nei Giardini: assolutamente da visitare sono l'accoppiata Inghilterra-Francia, situati nell'area più a sud. Il padiglione vittoriano inglese ospita l'artista Sarah Lucas con la sua personale "I scream Daddio".

Le intenzione dell'artista sicuramente sono provocative: la mostra è pensata come un immenso dessert immerso in crema inglese gialla, in cui sculture di gambe di donne e gatti neri creati con fil di ferro e nylon circondano come una grande tribù la grande scultura di Maradona, o Mano di Dio. Il visitatore resta decisamente sconcertato di fronte alla crudezza con cui la sessualità viene servita in queste stanza gialle. In contrasto, il vicino padiglione francese invece è l'emblema della serenità. Pini silvestri alti quattro metri passeggiano nel piazzale e all'interno degli spazi, alla ricerca della luce ideale, mentre un fruscio di elettricità a bassa tensione culla il pubblico su dei comodi spalti di gomma piuma. "Révolution" di Céleste Boursier-Mougenot racconta una realtà animista, in cui ibridi di tecnologia e natura cercano la loro strada, in un simbolico viaggio attraverso la cultura dell'uomo.

L'artista giapponese Chiharu Shiota è una delle novità di quest'anno. La sua ricerca è di certo definibile poetica e di forte impatto sul grande pubblico: trascendendo gli ambiti linguistici, culturali e storici, riesce a comunicare il profondo legame che esiste tra tutti gli esseri umani, il legame del ricordo. L'ambiente che ha creato interseca miliardi di fili rossi con delle chiavi, oggetti quotidiani che raccolgono gesti, espressioni e rituali comuni all'intera umanità.

Il percorso presentato all'Arsenale è orientato più verso il presente prossimo: guerre e conflitti vengono interpretati dagli artisti e ricreati in un futuro desiderato.

La jihad e la questione islamica sono argomenti attuali che sicuramente avranno un ruolo importante negli eventi che stanno per accadere e sono state ampiamente analizzate attraverso disegni, performance e opere di arte pubblica. La diversità di cultura e l'identità sembrano essere uno dei fulcri di questa esposizione: le continue diattribe che imperversano nel mondo ostacolano la libertà di esprimere se stessi, rompendo le vite di milioni di persone. Nei padiglioni nazionali continua questa ricerca di riscatto, a partire dalla lotta contro la segregazione razziale e il riconoscimento di identità portato avanti dall'esposizione del Sud Africa. Hanno collaborato molti artisti, tra cui Mohan Modisakeng con il video "Inzilo", in cui riscopre il proprio corpo seppellito sotto strati di vernice nera.

Anche Juan Carlos Destéfano nel padiglione argentino affronta l'argomento dell'identità, ma dal punto di vista culturale. Le sue sculture sono un'ironica e spesso triste interpretazione di alcuni preconcetti culturali che impestano gli uomini, dal concetto di religione come metodo di ciecità sociale, fino ad una serie di omicidi in cui l'uomo stesso risulta essere l'arma più letale. Il padiglione Italia rispetto ad altri, risulta una piccola delusione: il percorso proposto analizza la cultura partendo dall'estetica rinascimentale, di cui sicuramente dobbiamo essere fieri, ma che risulta pesante e inappropriata.




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