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Appunti di Stile (28-29 settembre 2015)

  • Solas
  • 30 set 2015
  • Tempo di lettura: 4 min

E' una sensazione strana stare appoggiati ad una panchina al fianco del grande spiazzo della Fabbrica del Vapore in via Procaccini 4, soprattuto se è mattina presto. Si sente la desolazione, si assapora l'abbandono di questa vecchia struttura rimessa a nuovo, si possono sentire ancora i rumori metallici degli operai che costruivano i tram. Ed invece è lo scampanellio del traffico milanese che giunge dalla strada, e l'attesa di una nuova esperienza presso Careof. Dalle 9.00 in poi la Fabbrica riprende vita, animata dalle numerose associazioni no profit che hanno portato freschezza e arte in questo stabile industriale. In men che non si dica la giornata è iniziata e mi ritrovo ai piedi dell'affascinante costruzione in alluminio del Docva, l'archivio di libri e portfolio di Careof e ViaFarini.

Entrare in questa immensa libreria è un'esperienza irripetibile, sembra di immergersi completamente nell'arte, volumi su Matisse, Vasarely, Picasso, Galindo ti osservano come se tu fossi un topolino che cerca di trovare la strada nel labirinto a chiocciola che si snoda su due piani all'interno della struttura di metallo. Questa è stata la mia casa per due giorni, in compagnia di altri cinque studenti e del videoartista Diego Marcon per lo svolgersi del workshop "Esercizi di stile" ispirato al libro del francese Raymond Queneau. Esercizi di scrittura, di interpretazione, di espressione applicabili non solo al mondo dei libri, ma anche al disegno, alla performance, al video. Le variazioni linguistiche, strutturali o generiche di uno stesso racconto creano un background differente, una storia dietro le quinte che resta nella mente dello scrittore ma che implicitamente si può leggere tra le righe. Un aneddoto di base che si sviluppa come dialogo, poesia o appunto su un post-it. Il lavoro in cui ci siamo cimentati è stato impegnativo ma assolutamente remunerativo di esperienza e divertente come palestra di fantasia. Il Docva è assolutamente un luogo di pace e tranquillità, adattisimo per studi e ricerche, ma l'ambiente che lo circonda è ricco di stimoli, eventi, manifestazioni. Ad esempio, Careof non si prende solo cura dell'archivio, ma accoglie anche piccole mostre personali nel suo spazio espositivo.

Fino al 6 novembre Diego Marcon espone il frutto del suo lavoro di ricerca che per sei mesi ha portato avanti negli archivi video del Docva: "Franti fuori!" è emozionante, coinvolgente, una serie di video dipinti a mano sulla pellicola 16 mm raffiguranti teste cascanti di sonno che si svegliano all'improvviso a causa del forte rumore dato da uno spezzone proiettato di "The Winnie The Pooh" della Disney. La possibilità di poter parlare direttamente con l'artista del suo lavoro è stata illuminante, anche se la semplice visione della mostra non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni.

Nei dintorni della Fabbrica del Vapore, oltre al magnifico cimitero monumentale, si trovano diversi punti d'interesse artistico. Si può spaziare da corso Como a piazzale Unicredit dove regna l'opera "Questi tubi collegano tra loro i vari luoghi" di Garutti, oppure dallo spazio O alla galleria Peep Hole.

La sera del 28 settembre lo spazio O ha ospitato la performance "I funghi del guru" dell'artista italiana Arianna Carossa. Un atto di fiducia, così viene definita questa personale in mostra fino al 3 ottobre. Gli oggetti che non ha creato, le fantasie infantili che tornano nella mente adulta: questi sono i fondamenti delle sue performance che permettono al pubblico di vedere il guru appeso alla corda penzolante e il tappeto di funghi invisibili che riveste l'intera sala. Un evento che ha permesso anche la presentazione della ristampa del suo libro "The aesthetic of my disappearance", una raccolta di sue interviste fatte da diversi curatori internazionali e che nonostante la limitata tiratura sono riuscita a prenderne uno.

Assolutamente da visitare inoltre è la Fonderia Artistica Battaglia, vicino alla fermata Ceresio della metro viola, che oltre ad ospitare "Forme e anti forme" fino al 18 ottobre dà la possibilità di visitare i laboratori quando il personale non è sommerso da troppo lavoro. Purtroppo per me è stato questo il caso, ma la mostra ha ampiamente sostituito la delusione con l'emozione di seguire l'interessante percorso costruito dal curatore belga Hans De Wolf. "Forme e anti forme" affianca artisti del calibro di Marcel Duchamp, Joseph Beuys, Bruce Nauman, Alighiero Boetti a giovani artisti emergenti belga. Le opere famose esposte sono per lo più riproduzioni, come "Rake" di Joseph Kosuth e "Chair" di George Brecht, ma rappresentano perfettamente l'idea che l'arte concettuale rappresenta: non è la forma che conta, quella che vale è l'idea. Il luogo stesso dell'esposizione, solitamente adibito a magazzino, è stato scelto accuratamente dal curatore tra i numerosi spazi disponibili a Milano, e l'Italia stessa come nazione ospite ha un ruolo fondamentale, essendo la patria dell'arte figurale della più alta qualità.

Salendo le scale che dalla corte della Fonderia si arrampicano per due piani, si può raggiungere la galleria Peep Hole, la quale attualmente ospita fino al 7 novembre "Six ways to Sunday #06" di Liz Magor, una famosa artista canadese. La selezione di opere presentate sono un chiaro esempio di Arte Povera: coperte recuperate e ricucite, consumate, lasciate all'interno del contenitore della lavanderia sono esposte con assoluta delicatezza e pulizia nelle bianche sale della galleria. La gentilezza con cui ci hanno accolti e con cui ci hanno raccontato l'esposizione da un ulteriore valore al luogo, una sorta di tempio dell'arte.

Questi due giorni di workshop e di scoperta del quartiere intorno a Porta Garibaldi mi hanno fatto sentire più ricca di conoscenze,ma soprattutto più libera. Alla fin fine il mondo dell'arte non è così complesso come spesso si vuole far credere: ci vuole apertura mentale per riuscire a vedere il guru che si arrampica sulla corda o per apprezzare l'idea come opera d'arte, senza un'implicazione fisica. Personaggi come George Brecht hanno cercato di far capire al mondo degli anni Sessanta che tutti possono essere artisti, basta riuscire a non restare incastrati nei preconcetti che circondano pericolosamente l'ambiente arte. Un'idea da sola può far nascere stupore, bellezza, emozione. Ma anche il metodo in cui viene rappresentata questa idea, il mezzo linguistico, la forma strutturale, possono influire sul messaggio e sul background che si vuole comunicare: il workshop di Diego Marcon mi ha permesso di scoprire l'enorme potenziale che la lingua scritta può sprigionare, ed immaginatevi come questo potenziale applicato all'arte possa essere sconvolgente. Resta solo da provare.

 
 
 

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